Clemente XIII
Quanta auxilii

  1. Con quanto grande fiducia nel vostro aiuto e nella vostra virtù la Chiesa Gallicana ha sostenuto finora la propria sofferenza, aspettando che si svolgesse codesto vostro incontro solenne, con altrettanta passione, ora che siete convenuti all’Assemblea Generale, richiede con insistenza la vostra Religione e la vostra pietà: in breve, la vostra fede. E giustamente, in verità, niente si ripromette per sé dai Sacri Pastori, i quali, forniti di singolare sapienza, sano criterio, esperienza nella gestione degli affari sacri, e prudenza, ornati di tutte le virtù Episcopali, infiammati inoltre da ardentissimo amore verso Cristo Signore e la Chiesa sua Sposa, sono preparati a consacrare se stessi e tutti i loro beni a Gesù Cristo ed alla Santa Chiesa. Potrà sembrare a qualcuno che voi abbiate rallentato: ma coloro che rifletteranno su quanto dice Salomone, capiranno che dovrà esservi tributato un grande elogio.
  2. Quale opportunità migliore di questa, o quale tempo più adatto si potrebbe immaginare o preparare di questo, in cui ciascuno di voi rappresenta di persona la propria Provincia; consapevoli di ciò che ogni Chiesa di codesto Regno richiede, riuniti insieme potrete di comune accordo prendere quelle decisioni che sembrano sommamente utili e convenienti per svolgere debitamente il vostro ministero Episcopale, sanare le situazioni della vostra Chiesa ammalata, e specialmente estinguere la triste congiura di uomini nefasti, ora sommamente vigorosa contro la Religione tutta; potrete altresì operare per conservare la tranquillità pubblica; in una parola: portare quanto è massimamente utile per la salvezza eterna delle anime. Pertanto, Venerabili Fratelli, dovete gestire abilmente questa splendida occasione, che riteniamo fosse da Voi attesa. In quale situazione si trovino le vostre cose lo sappiamo già da molte lettere di Coepiscopi, e quale sia il Nostro pensiero circa la situazione in cui si trova la vostra Chiesa l’abbiamo apertamente dichiarato rispondendo agli stessi Coepiscopi. È necessario che Voi – che siete immersi nella realtà e avete conosciuto il passato meglio di chiunque altro – indichiate che cosa occorre fare; non abbiamo da scrivere alle Vostre Fraternità alcunché, con cui informare più ampiamente sulle cose costì avvenute, oppure suggerire per la vostra Chiesa consigli più appropriati e più utili di quelli che possiate ricavare dalla vostra stessa prudenza.
  3. Del resto a Noi stessi sembrerebbe di venir meno al Nostro dovere Apostolico, se assistessimo silenziosi o soltanto con animo distaccato al vostro lavoro, ed almeno con questa Nostra Lettera non dessimo dimostrazione della cura e sollecitudine che abbiano di voi e delle cose vostre. Noi certamente, mentre voi discutete comunitariamente e portate i vostri consigli per la salvezza della Chiesa, presentiamo a Dio le Nostre preci, perché diriga i vostri passi e pertanto con magnanimità e fortezza coordini nei vostri cuori l’umiltà, in modo che, come dice il beato Predecessore Nostro Gregorio Magno, “non sia in voi una umiltà timida, e neppure un’esaltazione superba“. I Sacri Pastori devono certamente conservare elevatezza d’animo, quella tuttavia “che non rende arroganti, come il medesimo Beato Gregorio ammonisce; l’umiltà deve essere praticata in modo che non derivino danni ai diritti di comando. Quando infatti si tratta della sublime e divina potestà di governare la Chiesa, si deve esibire dai Vescovi un animo forte per proteggerla “e non si deve mai cedere, perché l’avversario non è mai più potente di Cristo (vi accorgete bene che Ci serviamo delle parole del Beato martire Cipriano): perché si vendica e prende potenza soltanto nel secolo; ma la virtù Episcopale deve, stabile e inconcussa, resistere con forza e tenacia a tutti gli assalti dei flutti insorgenti, come pietre poste all’incontro. In tutte le cose poi che possano capitare, questo deve essere fisso nell’animo di tutti noi: “Tutto ciò che ti sarà messo vicino, accettalo e sopportalo con pazienza, nel dolore ed in umiltà, perché nel fuoco sono messi alla prova l’oro e l’argento“.
  4. Ma è necessario che rimaniate tranquilli nell’animo; infatti, per quanto si riferisce alle cose sacre e specialmente alla Chiesa, avete come protezione il Nostro Figlio carissimo in Cristo, il Cristianissimo Re. Egli infatti, che è ottimo Principe ed attaccatissimo alla Religione Cattolica, e quindi egregiamente devoto verso la Santa Chiesa e le sue cose sacre, non respingerà le vostre preghiere e le vostre suppliche e, rimosse le cause delle vostre sofferenze, presenterà alla Santissima Madre sua, della quale si vanta essere figlio primogenito, ogni preoccupazione: con la potestà regia che gli è propria, riporterà reintegrata la Chiesa alla sua primitiva letizia, al posto suo, donde era stata scacciata. In questo diligentemente impegnatevi, Venerabili Fratelli: che nulla sia nascosto al Principe Religioso di quelle cose che finora la Chiesa sopportò; non dubitiamo infatti che, non appena esse gli saranno esposte, subito farà conoscere che non gli piacciono, e desidererà che la Carissima Madre riacquisti la felicità dei tempi passati, quando era in auge.
  5. Pensiamo che abbiate approvato la nostra moderazione riguardo ai due Vescovi di Alès e di Angers, con la quale abbiamo cercato di riportare quei Fratelli sulla retta via degli altri loro Colleghi; né tuttavia finora abbiamo voluto andare oltre perché, fiduciosi nella vostra sapienza e nel vostro zelo, speriamo che essi, illuminati anzitutto da divina folgorazione come dai vostri salutari consigli, con l’aiuto della grazia di Dio, possano finalmente ritornare nel seno della Nostra e vostra carità. Non abbiamo voluto sottrarre a voi questo merito, anzi l’abbiamo voluto lasciare a voi integro, se dovremo, gioiosi tutti, rendere grazie a Dio, padre delle misericordie per quei Fratelli riportati sulla retta via dall’opera vostra, dalla vostra sapienza e dal vostro consiglio.

Infine, fatevi coraggio e siate forti nel Signore. Per quanto Ci riguarda Noi Ci sforzeremo con tutte le Nostre possibilità, col massimo impegno possibile e con l’aiuto della Nostra Apostolica autorità di favorire i pietosi sforzi della vostra egregia virtù.

Alle vostre Fraternità, che teniamo nel grembo della Nostra carità, con l’intimo affetto del cuore Nostro impartiamo molto volentieri l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il giorno 8 maggio 1765, nell’anno settimo del Nostro Pontificato.

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